Pedagogia del lavoro. Alcuni cenni storici introduttivi - DEASS
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La pedagogia del lavoro studia il rapporto tra educazione e attività lavorativa, sviluppatosi a partire dagli studi sull’educazione degli adulti e sulla pedagogia sociale. Il volume (La pedagogia del lavoro di Simone Romeo) analizza il lavoro contemporaneo, segnato da precarietà e incertezza, indagandone i risvolti educativi attraverso storie di vita e lavoro, mettendo in luce i processi di apprendimento informale e le conseguenze biografiche e sociali delle trasformazioni del lavoro.
La pedagogia del lavoro è una disciplina relativamente giovane [1]. È possibile ricondurre le sue origini, con alcune inevitabili semplificazioni, alla declinazione di due altri rami di riflessione teorica e di intervento educativo: l’educazione degli adulti e la pedagogia sociale. Questi due campi di ricerca hanno rappresentato lo sviluppo scientifico di quella spinta democratica e progressista che, a partire dagli anni Sessanta e Settanta, ha rinnovato il modo di pensare la formazione dei soggetti individuali e collettivi. Da questo rinnovamento sono emerse alcune categorie fondamentali.
La prima è l’educazione permanente, ovvero l’idea per cui l’educazione è un processo che avviene lungo tutto il corso della vita, tanto negli snodi critici dell’esistenza, quanto nella minuta quotidianità; la seconda consiste nell’educazione diffusa/sociale, che vede la formazione come qualcosa che avviene non solo entro i tempi e, soprattutto, i luoghi a essa intenzionalmente dedicati o storicamente deputati (le istituzioni scolastiche, i servizi educativi, la famiglia, i corsi e le attività extrascolastiche, i luoghi connessi alla fede e al culto). La finalità generale, in questo senso, è volta all’emancipazione dei soggetti individuali e collettivi, per cui – di fronte alle forme di oppressione sociale, alle disuguaglianze e alle discriminazioni – occorre operare per andare oltre la subalternità [2] (cfr. Baldacci, 2017) e per fare sì che essi possano essere di più [3] rispetto alla loro attuale condizione, lavorando in particolare sul contesto sociale e sulle sue contraddizioni.
La pedagogia del lavoro si sviluppa attorno ad alcuni lavori dei primi anni Duemila nei lavori di Ettore Gelpi [4], sebbene l’autore non si richiamasse esplicitamente a questa disciplina, e in quelli di Giuditta Alessandrini [5], che ha invece operato per questo passaggio concettuale nel dibattito pedagogico italiano. Negli anni più recenti, si segnalano tra i molti la sistematizzazione svolta da Gennaro Balzano [6] e le riflessioni sugli scenari attuali di Andrea Galimberti e Angela Muschitiello [7]. Questi lavori si propongono di sviluppare dal punto di vista disciplinare un rapporto complesso presente da millenni nella storia umana: quello tra educazione (formazione) e attività lavorativa (di carattere primariamente produttivo, ma non solo).
Negli ultimi anni, tenendo presente il contesto lavorativo del tardo capitalismo, la pedagogia del lavoro si è concentrata sull’impatto del lavoro sulle persone, sui processi di apprendimento professionale e/o sul posto di lavoro, sull’orientamento, sull’integrazione nella quotidianità lavorativa delle nuove tecnologie, sullo sviluppo delle competenze anche attraverso il cosiddetto approccio delle capability sviluppato dall’economista Amartya Sen. Secondo il già citato Balzano, in tal senso, oggi vi sono alcune questioni che designano «il quadrilatero del dibattito attuale: Formatività, Generatività, Orientamento, Employability» [8].
Pedagogia del lavoro. Precariato, incertezza, educazione informale [9]
Il volume rappresenta l’esito di un lavoro di ricerca teorico ed empirico volto ad approfondire i risvolti educativi dell’attuale configurazione del lavoro, il quale risulta sempre più frammentato, precario e oppressivo. Il lavoro, in questo senso, oggi risulta in crisi: non perché sia diventato una dimensione residuale dell’esistenza o perché non rivesta più un ruolo centrale nella società odierna, ma perché non costituisce più, come si era diffusamente sperato per larga parte del secondo Novecento, un ambito in progressivo miglioramento in grado di garantire un’esistenza dignitosa. Oggi, molto spesso, esso – pur occupando gran parte delle vite delle persone – risulta insufficiente in termini reddituali, di riconoscimento e rispetto alle possibilità che il lavoro garantisce al proprio progetto di vita.
Questo libro considera il lavoro in quanto attività che incorpora una molteplicità di prassi e significati dai risvolti educativi: la pedagogia, allora, rappresenta sia una disciplina che permette di guardare al lavoro e alle sue contraddizioni sociali e soggettive, sia un sapere tramite cui predisporre azioni volte a generare forme di pensiero critico per rielaborare la propria e altrui condizione.
La precarietà, nell’ultimo trentennio, si è incredibilmente espansa e diffusa nel contesto occidentale, diventando una nuova normalità, poiché le sue caratteristiche sono andate a estendersi sempre più all’intero mondo del lavoro, pur continuando a essere la principale dimensione che definisce le prospettive di vita e l’organizzazione sociale. In stretta connessione con la sua presenza (o assenza) e con la sua qualità, a dispetto dei richiami al suo esaurimento, continuano a definirsi lo svolgersi della quotidianità, gli incontri relazionali, l’organizzazione dello spazio urbano e geografico, la definizione dei tempi e delle prospettive di vita, la produzione di culture più o meno compatibili o antagoniste allo stato di cose presenti. Queste dimensioni biografiche, a un tempo individuali e collettive, possono essere indagate sia attingendo a fonti di carattere generale – scientifiche, divulgative, narrative – sia esplorando la concreta declinazione da parte di ogni soggetto che si trova immerso in una situazione lavorativa.
La raccolta di storie di vita e di lavoro è stata quindi fondamentale. Da un lato, ha permesso di comprendere lo svolgersi delle didattiche informali [10], ovvero quei climi educativi diffusi e quell'insieme di pratiche volte a produrre effetti formativi (processi non sempre dichiarati e spesso finalizzati a massimizzare i profitti). Dall'altro, ha consentito di indagare i significati soggettivi che le persone attribuiscono alle proprie esperienze lavorative e alle loro conseguenze biografiche. Svolgere questo genere di operazione significa assumere un posizionamento pedagogicamente e culturalmente schierato, al fine di mettere in luce i meccanismi di sfruttamento e i condizionamenti ideologici connessi all’attuale clima neoliberista.
Nel primo capitolo vengono indagati i nessi tra lavoro ed educazione – grazie a una serie di riferimenti storici e teorici – mediante una prospettiva pedagogico-sociale, cercando di leggere i fenomeni educativi informali connessi al lavoro rispetto al mondo dell’istruzione, alle dimensioni politiche e a quelle comunicative. Nel secondo capitolo trova spazio un approfondimento in prospettiva storica dell’educazione sociale e informale che ha circondato il lavoro nell’epoca del fordismo e del taylorismo, tentando di operare un lavoro d’analisi analogico rispetto alla nostra contemporaneità. Vengono approfonditi inoltre il ruolo delle crisi economiche rispetto alla diffusione della precarietà e alla produzione di politiche pubbliche e di culture che hanno progressivamente ridotto il sistema di garanzie pubblico connesso ai sistemi di welfare, nonché i caratteri organizzativi e ideologici del lavoro flessibile e precario dei tempi recenti.
Nella seconda parte del volume, dedicata all’analisi delle storie di vita e di lavoro, il percorso segue tre categorie: l’educazione al lavoro precario, intesa come lo svolgersi dei percorsi biografici, a un tempo sociali e individuali, che hanno condotto all’approdo a settori o condizioni precarie; l’educazione nel lavoro precario, come prospettiva sulle dinamiche presenti nei contesti lavorativi precari inerenti ai rapporti sociali (competitivi, cooperativi e conflittuali), alle conseguenze dell’organizzazione spazio-temporale o all’irruzione di nuove tecnologie associate all’attività produttiva; l’educazione del lavoro precario, volta a comprendere i risvolti che il lavoro genera nelle storie di vita, nei progetti personali e nelle relazioni, con un’attenzione particolare agli apprendimenti sociali connessi a questa esperienza quotidiana e alla dimensione di partecipazione sindacale come forma di rielaborazione della propria condizione. Come ricorda Sergio Tramma nella presentazione del volume, dalle vicende approfondite «emerge un’educazione diffusa alla precarietà, intesa come condizione stabile e continuativa, e si evidenzia il perverso gioco tra successo e insuccesso, che spinge gli individui ad attribuire a se stessi gli esiti della loro condizione, minimizzando – o negando – i fattori sociali che la determinano».
Le storie di vita lavorativa sono state raccolte nel contesto della sezione NIdiL (Nuove Identità di Lavoro) CGIL della Camera del Lavoro di Milano. I lavoratori e le lavoratrici incontrate afferiscono a tre principali “categorie”: rider che hanno vissuto il passaggio dal modello del cottimo a un lavoro di tipo dipendente-subordinato; lavoratori in somministrazione (a tempo determinato e indeterminato, il cosiddetto staff leasing), che nel contesto ticinese definiremmo interinali; lavoratori con partita IVA, spesso a monocommittenza (cioè che lavorano per un unico datore di lavoro), includibili nel fenomeno dei cosiddetti “falsi autonomi”, perché di fatto subordinati nello svolgere la loro attività. Condizioni eterogenee per natura settoriale e contrattuale, ma accomunate da flessibilità, precarietà e incertezza.
La prima è l’educazione permanente, ovvero l’idea per cui l’educazione è un processo che avviene lungo tutto il corso della vita, tanto negli snodi critici dell’esistenza, quanto nella minuta quotidianità; la seconda consiste nell’educazione diffusa/sociale, che vede la formazione come qualcosa che avviene non solo entro i tempi e, soprattutto, i luoghi a essa intenzionalmente dedicati o storicamente deputati (le istituzioni scolastiche, i servizi educativi, la famiglia, i corsi e le attività extrascolastiche, i luoghi connessi alla fede e al culto). La finalità generale, in questo senso, è volta all’emancipazione dei soggetti individuali e collettivi, per cui – di fronte alle forme di oppressione sociale, alle disuguaglianze e alle discriminazioni – occorre operare per andare oltre la subalternità [2] (cfr. Baldacci, 2017) e per fare sì che essi possano essere di più [3] rispetto alla loro attuale condizione, lavorando in particolare sul contesto sociale e sulle sue contraddizioni.
La pedagogia del lavoro si sviluppa attorno ad alcuni lavori dei primi anni Duemila nei lavori di Ettore Gelpi [4], sebbene l’autore non si richiamasse esplicitamente a questa disciplina, e in quelli di Giuditta Alessandrini [5], che ha invece operato per questo passaggio concettuale nel dibattito pedagogico italiano. Negli anni più recenti, si segnalano tra i molti la sistematizzazione svolta da Gennaro Balzano [6] e le riflessioni sugli scenari attuali di Andrea Galimberti e Angela Muschitiello [7]. Questi lavori si propongono di sviluppare dal punto di vista disciplinare un rapporto complesso presente da millenni nella storia umana: quello tra educazione (formazione) e attività lavorativa (di carattere primariamente produttivo, ma non solo).
Negli ultimi anni, tenendo presente il contesto lavorativo del tardo capitalismo, la pedagogia del lavoro si è concentrata sull’impatto del lavoro sulle persone, sui processi di apprendimento professionale e/o sul posto di lavoro, sull’orientamento, sull’integrazione nella quotidianità lavorativa delle nuove tecnologie, sullo sviluppo delle competenze anche attraverso il cosiddetto approccio delle capability sviluppato dall’economista Amartya Sen. Secondo il già citato Balzano, in tal senso, oggi vi sono alcune questioni che designano «il quadrilatero del dibattito attuale: Formatività, Generatività, Orientamento, Employability» [8].
Pedagogia del lavoro. Precariato, incertezza, educazione informale [9]
Il volume rappresenta l’esito di un lavoro di ricerca teorico ed empirico volto ad approfondire i risvolti educativi dell’attuale configurazione del lavoro, il quale risulta sempre più frammentato, precario e oppressivo. Il lavoro, in questo senso, oggi risulta in crisi: non perché sia diventato una dimensione residuale dell’esistenza o perché non rivesta più un ruolo centrale nella società odierna, ma perché non costituisce più, come si era diffusamente sperato per larga parte del secondo Novecento, un ambito in progressivo miglioramento in grado di garantire un’esistenza dignitosa. Oggi, molto spesso, esso – pur occupando gran parte delle vite delle persone – risulta insufficiente in termini reddituali, di riconoscimento e rispetto alle possibilità che il lavoro garantisce al proprio progetto di vita.
Questo libro considera il lavoro in quanto attività che incorpora una molteplicità di prassi e significati dai risvolti educativi: la pedagogia, allora, rappresenta sia una disciplina che permette di guardare al lavoro e alle sue contraddizioni sociali e soggettive, sia un sapere tramite cui predisporre azioni volte a generare forme di pensiero critico per rielaborare la propria e altrui condizione.
La precarietà, nell’ultimo trentennio, si è incredibilmente espansa e diffusa nel contesto occidentale, diventando una nuova normalità, poiché le sue caratteristiche sono andate a estendersi sempre più all’intero mondo del lavoro, pur continuando a essere la principale dimensione che definisce le prospettive di vita e l’organizzazione sociale. In stretta connessione con la sua presenza (o assenza) e con la sua qualità, a dispetto dei richiami al suo esaurimento, continuano a definirsi lo svolgersi della quotidianità, gli incontri relazionali, l’organizzazione dello spazio urbano e geografico, la definizione dei tempi e delle prospettive di vita, la produzione di culture più o meno compatibili o antagoniste allo stato di cose presenti. Queste dimensioni biografiche, a un tempo individuali e collettive, possono essere indagate sia attingendo a fonti di carattere generale – scientifiche, divulgative, narrative – sia esplorando la concreta declinazione da parte di ogni soggetto che si trova immerso in una situazione lavorativa.
La raccolta di storie di vita e di lavoro è stata quindi fondamentale. Da un lato, ha permesso di comprendere lo svolgersi delle didattiche informali [10], ovvero quei climi educativi diffusi e quell'insieme di pratiche volte a produrre effetti formativi (processi non sempre dichiarati e spesso finalizzati a massimizzare i profitti). Dall'altro, ha consentito di indagare i significati soggettivi che le persone attribuiscono alle proprie esperienze lavorative e alle loro conseguenze biografiche. Svolgere questo genere di operazione significa assumere un posizionamento pedagogicamente e culturalmente schierato, al fine di mettere in luce i meccanismi di sfruttamento e i condizionamenti ideologici connessi all’attuale clima neoliberista.
Nel primo capitolo vengono indagati i nessi tra lavoro ed educazione – grazie a una serie di riferimenti storici e teorici – mediante una prospettiva pedagogico-sociale, cercando di leggere i fenomeni educativi informali connessi al lavoro rispetto al mondo dell’istruzione, alle dimensioni politiche e a quelle comunicative. Nel secondo capitolo trova spazio un approfondimento in prospettiva storica dell’educazione sociale e informale che ha circondato il lavoro nell’epoca del fordismo e del taylorismo, tentando di operare un lavoro d’analisi analogico rispetto alla nostra contemporaneità. Vengono approfonditi inoltre il ruolo delle crisi economiche rispetto alla diffusione della precarietà e alla produzione di politiche pubbliche e di culture che hanno progressivamente ridotto il sistema di garanzie pubblico connesso ai sistemi di welfare, nonché i caratteri organizzativi e ideologici del lavoro flessibile e precario dei tempi recenti.
Nella seconda parte del volume, dedicata all’analisi delle storie di vita e di lavoro, il percorso segue tre categorie: l’educazione al lavoro precario, intesa come lo svolgersi dei percorsi biografici, a un tempo sociali e individuali, che hanno condotto all’approdo a settori o condizioni precarie; l’educazione nel lavoro precario, come prospettiva sulle dinamiche presenti nei contesti lavorativi precari inerenti ai rapporti sociali (competitivi, cooperativi e conflittuali), alle conseguenze dell’organizzazione spazio-temporale o all’irruzione di nuove tecnologie associate all’attività produttiva; l’educazione del lavoro precario, volta a comprendere i risvolti che il lavoro genera nelle storie di vita, nei progetti personali e nelle relazioni, con un’attenzione particolare agli apprendimenti sociali connessi a questa esperienza quotidiana e alla dimensione di partecipazione sindacale come forma di rielaborazione della propria condizione. Come ricorda Sergio Tramma nella presentazione del volume, dalle vicende approfondite «emerge un’educazione diffusa alla precarietà, intesa come condizione stabile e continuativa, e si evidenzia il perverso gioco tra successo e insuccesso, che spinge gli individui ad attribuire a se stessi gli esiti della loro condizione, minimizzando – o negando – i fattori sociali che la determinano».
Le storie di vita lavorativa sono state raccolte nel contesto della sezione NIdiL (Nuove Identità di Lavoro) CGIL della Camera del Lavoro di Milano. I lavoratori e le lavoratrici incontrate afferiscono a tre principali “categorie”: rider che hanno vissuto il passaggio dal modello del cottimo a un lavoro di tipo dipendente-subordinato; lavoratori in somministrazione (a tempo determinato e indeterminato, il cosiddetto staff leasing), che nel contesto ticinese definiremmo interinali; lavoratori con partita IVA, spesso a monocommittenza (cioè che lavorano per un unico datore di lavoro), includibili nel fenomeno dei cosiddetti “falsi autonomi”, perché di fatto subordinati nello svolgere la loro attività. Condizioni eterogenee per natura settoriale e contrattuale, ma accomunate da flessibilità, precarietà e incertezza.
[1] I testi che cominciano a teorizzarla e svilupparla esplicitamente si collocano negli anni duemila.
[2] Baldacci M. (2017), Oltre la subalternità. Praxis e educazione in Gramsci, Carocci, Roma.
[3] Il concetto è la traduzione del “ser mais” di Paulo Freire, inteso come la vocazione ontologica dell’essere umano a umanizzarsi, superare l'oppressione (“essere di meno”) e trasformare la realtà attraverso un’educazione liberatoria e critica; un processo educativo volto a rendere le persone agenti attivi della propria storia.
[4] Gelpi E. (2000), Educazione degli adulti. Inclusione ed esclusione, Guerini, Milano; Id. (2002), Lavoro futuro. La formazione come progetto politico, a cura di B. Schettini, Guerini, Milano; Id. (2020), Globalizzazione, lavoro e formazione degli adulti. Scritti scelti, a cura di E. Puglielli, Edizioni Conoscenza, Roma.
[5] Alessandrini G. (a cura di) (2004), Pedagogia delle risorse umane e delle organizzazioni, Guerini, Milano; Id. (2012), La pedagogia del lavoro: questioni emergenti e dimensioni di sviluppo per la ricerca e la formazione, in “Education Sciences & Society”, 2, pp. 55-72; Id. (a cura di) (2017), Atlante di pedagogia del lavoro, FrancoAngeli, Milano.
[6] Balzano G. (2023), Pedagogia del lavoro. Significati, sviluppi e scenari attuali, PensaMultimedia, Lecce.
[7] Galimberti A., Muschitiello A. (a cura di) (2022), Pedagogia e lavoro. Le sfide tecnologiche, Aras Edizioni, Fano (PU).
[8] Balzano G. (2023), op. cit., pp. 88-95.
[9] Romeo S. (2026), Pedagogia del lavoro. Precariato, incertezza, educazione informale, Carocci, Roma.
[10] Tramma S. (2009), Che cos’è l’educazione informale?, Carocci, Roma.
[2] Baldacci M. (2017), Oltre la subalternità. Praxis e educazione in Gramsci, Carocci, Roma.
[3] Il concetto è la traduzione del “ser mais” di Paulo Freire, inteso come la vocazione ontologica dell’essere umano a umanizzarsi, superare l'oppressione (“essere di meno”) e trasformare la realtà attraverso un’educazione liberatoria e critica; un processo educativo volto a rendere le persone agenti attivi della propria storia.
[4] Gelpi E. (2000), Educazione degli adulti. Inclusione ed esclusione, Guerini, Milano; Id. (2002), Lavoro futuro. La formazione come progetto politico, a cura di B. Schettini, Guerini, Milano; Id. (2020), Globalizzazione, lavoro e formazione degli adulti. Scritti scelti, a cura di E. Puglielli, Edizioni Conoscenza, Roma.
[5] Alessandrini G. (a cura di) (2004), Pedagogia delle risorse umane e delle organizzazioni, Guerini, Milano; Id. (2012), La pedagogia del lavoro: questioni emergenti e dimensioni di sviluppo per la ricerca e la formazione, in “Education Sciences & Society”, 2, pp. 55-72; Id. (a cura di) (2017), Atlante di pedagogia del lavoro, FrancoAngeli, Milano.
[6] Balzano G. (2023), Pedagogia del lavoro. Significati, sviluppi e scenari attuali, PensaMultimedia, Lecce.
[7] Galimberti A., Muschitiello A. (a cura di) (2022), Pedagogia e lavoro. Le sfide tecnologiche, Aras Edizioni, Fano (PU).
[8] Balzano G. (2023), op. cit., pp. 88-95.
[9] Romeo S. (2026), Pedagogia del lavoro. Precariato, incertezza, educazione informale, Carocci, Roma.
[10] Tramma S. (2009), Che cos’è l’educazione informale?, Carocci, Roma.