Francesco Piatti
Il libro come giardino segreto della conoscenza: intervista a Francesco Piatti - Biblioteche
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In questa conversazione, Francesco Piatti esplora il ruolo dell'architettura nel trasformare le biblioteche in infrastrutture democratiche capaci di favorire la produzione di sapere partecipato. Attraverso riferimenti a maestri come Aldo Rossi e Gaston Bachelard, Piatti descrive la biblioteca non solo come un contenitore di libri, ma come un luogo fisico necessario per contrastare l'astrazione digitale e riscoprire il valore del tempo dedicato alla lettura. L'intervista delinea una visione in cui lo spazio accademico diventa un "giardino segreto" che invita alla sosta, al dialogo e alla costruzione di un'identità civica condivisa.
Nel pensiero di David Lankes (uno dei più influenti teorici della biblioteconomia contemporanea) la biblioteca non è soltanto un luogo che custodisce libri, ma una piattaforma che abilita la creazione di conoscenza all’interno di una comunità. Nel progettare spazi architettonici, come immagina edifici che non siano solo contenitori di persone, ma infrastrutture capaci di favorire una presa di conoscenza democratica e attiva dei cittadini?
Il tema che sollevi è molto attuale e riguarda gli edifici pubblici e la loro capacità di attivarsi a favore della comunità al di là dei limiti imposti dalla loro funzione specifica, ovvero di essere un’estensione dello spazio pubblico, inteso quale luogo di incontro generatore di relazioni.
Un fattore fondamentale è la possibilità che determinati spazi dell’edificio siano liberamente fruibili dalla comunità al di fuori degli orari scolastici o lavorativi, la sera e durante i fine settimana; questo comporta una pianificazione accurata dei diversi livelli di accessibilità delle zone interne. Per quanto riguarda la conformazione di questi spazi, è importante offrire proposte diversificate che permettano il crearsi di situazioni spontanee di diversa natura. In questo senso Aldo Rossi ha scritto “Con gli strumenti architettonici noi quindi favoriamo un evento, indipendentemente dal fatto che esso accada; e in questo volere l’evento vi è qualcosa di progressivo… Perciò il dimensionamento di un tavolo, o di una casa, è molto importante; non, come pensavano i funzionalisti, per assolvere una determinata funzione ma per permettere più funzioni. Infine, per permettere tutto ciò che nella vita è imprevedibile.”
Come responsabile del Corso di laurea in Architettura, qual è stato il libro – tecnico, teorico o letterario – che ha trasformato il suo modo di concepire lo spazio? E in quali termini questa esperienza personale di lettura influenza il modo con cui incoraggia gli studenti a considerare la conoscenza non come nozione da accumulare, ma come dialogo continuo con la comunità?
Un momento fondamentale per la mia formazione è stata la lettura del saggio di Gaston Bachelard La poetica dello spazio (1957), un libro che proprio attraverso il confronto con la poesia e i testi letterari illumina le complesse relazioni che esistono tra percezione dello spazio, memoria collettiva e individuale e immaginazione. In questo senso incoraggio sempre gli studenti a considerare le varie forme di espressione, e la letteratura in particolare, come materiale vivo e prezioso che può improvvisamente aprire la mente a nuove forme di comprensione del mondo che ci circonda. La qualità dei progetti di architettura più significativi non risiede infatti esclusivamente nella loro espressione formale, ma nella complessità delle relazioni che instaurano con il contesto sociale e culturale. Juhani Pallasmaa ha scritto in merito a questo tema “L’architettura può commuoverci solo se è capace di toccare qualcosa che è sepolto nel profondo delle nostre memorie incarnate.”
La biblioteconomia sociale interpreta l’accesso all’informazione come un diritto di cittadinanza. In che modo l’architettura, attraverso la progettazione di spazi pubblici e accademici, può tradurre fisicamente questo diritto, rendendolo esperienza concreta e quotidiana per studenti e cittadini della Svizzera italiana?
Il compito dell'architettura si compie quando gli edifici pubblici vengono immaginati per valorizzare la permeabilità con il tessuto urbano e sociale circostante, offrendo al loro interno un’effettiva estensione dello spazio collettivo che trova le sue radici nelle piazze. In quel momento il progetto assolve alla sua funzione democratica, ma inizia la sfida più complessa: dimostrare alla comunità che vivere questi luoghi è un’esperienza necessaria e gratificante. Questi presidi credo possano offrire un’alternativa radicale all’astrazione digitale, che ognuno può vivere in ogni momento in modo collettivo o individuale; un’esperienza basata sulla fisicità sia dello spazio che delle altre persone, trovando un senso di appartenenza. In questo contesto, anche il libro riafferma la sua importanza, non solo come veicolo di informazione, ma come oggetto che dialoga con lo spazio e con chi lo attraversa. L’architettura non sarà soltanto un contenitore di libri, ma un laboratorio attivo per la produzione di conoscenza partecipata.
Nella nostra università la biblioteca è uno spazio di mediazione culturale oltre che di studio. Come può il corso di architettura collaborare con la biblioteca per co-progettare ambienti che riflettano questa missione?
Personalmente credo che tutti i corsi di laurea del DACD abbiano un forte potenziale per riflettere trasversalmente su questo tema. Ad oggi la nostra biblioteca, che ci tengo a dire che apprezzo moltissimo, rivela alcuni conflitti che nascono dalla convivenza tra un’identità passata e una futura. Da un lato è un luogo silenzioso, un archivio dove trovare testi e leggerli nel silenzio, dall’altro è un luogo di riposo e di incontro informale tra studenti e docenti, con la vitalità che queste attività portano con sé. Sarebbe sicuramente interessante se gli studenti, che sono anche gli utilizzatori, potessero chinarsi assieme all’interno di un’attività didattica specifica e progettare come rendere più sinergiche e unitarie queste due anime.
Se pensiamo alla conoscenza come a un ecosistema – fatto di libri, archivi digitali, memorie locali e saperi informali – quale responsabilità etica ha oggi l’architetto nel garantire che gli spazi che progetta non escludano, ma includano? E come possiamo, insieme, biblioteca e architettura, costruire una comunità accademica che veda nell’accesso all’informazione la base stessa della propria identità civica?
Credo che oggi il primo passo fondamentale sia quello di far riscoprire ai giovani il valore del libro. In un’epoca dove gli strumenti di conoscenza sono sempre più accessibili e complessi, la logica della velocità e dell’ottimizzazione porta a considerare il libro come uno strumento inefficiente. La vera domanda, per me, consiste nel come convincere le nuove generazioni che il tempo trascorso a leggere Guerra e pace non è sprecato, che potrebbe invece rivelarsi un nutrimento fondamentale per la loro formazione non solo di architetti, ma di esseri umani.
Quello che può fare lo spazio in questo processo è offrire un luogo che inviti a restare, a sospendere il ritmo della quotidianità a favore di un momento esclusivo per sé stesso e per i propri pensieri. Non necessariamente austero e silenzioso, ma con una propria specifica identità che lo faccia percepire quale speciale e prezioso, una sorta di giardino segreto.