8+1 principi per l'educazione ai media - DFA/ASP
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2nd cycle; 3rd cycle; Other; Secondary school or vocational school
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Transversal competencies
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General education
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A cavallo del millennio sembrò molto efficace catalogarci in due categorie, i “nativi
digitali” e gli “immigrati digitali”. Funzionò benone come tassonomia ansiolitica, la
classificazione rasserenava nello stress di adattamento i “nativi analogici”, specialmente noi educatori davanti a ragazzini e bambini molto più agili ed efficaci di noi con quelle “nuove diavolerie”; era nato il bambino che spiegava il mondo al maestro, così in quel capovolgimento di ruoli (che ci pareva anche un capovolgimento di autorevolezza) apprezzammo il vocabolo che ci giustificava, legittimava e consolava.
Faticammo un po' a imparare dalla rivoluzione tecnologica la lezione più importante, bella e implacabile, quella che l'educatore dovrebbe sapere dai tempi di Platone: che non sei autorevole per le informazioni che detieni e che offri, ma per quelle che permetti al discente di scoprire e organizzare nella propria esperienza esistenziale.
Questo spiega l'enorme successo di due termini tutto sommato tautologici (a veder
bene dicono poco più della nostra età) e anche un po' fuorvianti, perché implicano un
forte determinismo tecnologico.
Intanto in questo ventennio, mentre alcuni di quei digital natives diventavano maestri e professori, il digitale è definitivamente scappato dalle scatolone grigie. Oggi in
tasca abbiamo un computer migliaia di volte più potente e veloce di quell'enorme
“coso” di nastri magnetici, cavi colorati, circuiti saldati a mano e monitor catodici
in bianco e nero che portò l'uomo sulla Luna. Basta passarci il dito sopra e potete
leggere miliardi di dati, tra i quali l'ipotesi che l'uomo sulla Luna non ci sia andato
affatto. Tra le due cose c'è una relazione: c'entra con l'inflazione delle informazioni,
con lo stato di connessione perenne, con il fatto che ognuno è diventato emittente
e, naturalmente, con la portabilità tascabile delle “diavolerie” sempre più protesiche,
sempre meglio connesse al nostro sistema nervoso.
Ma i nativi digitali esistono? E noi adulti, come mettiamo in gioco il nostro ruolo di
educatori in questo nuovo contesto?
Ecco 8 (+1) spunti
digitali” e gli “immigrati digitali”. Funzionò benone come tassonomia ansiolitica, la
classificazione rasserenava nello stress di adattamento i “nativi analogici”, specialmente noi educatori davanti a ragazzini e bambini molto più agili ed efficaci di noi con quelle “nuove diavolerie”; era nato il bambino che spiegava il mondo al maestro, così in quel capovolgimento di ruoli (che ci pareva anche un capovolgimento di autorevolezza) apprezzammo il vocabolo che ci giustificava, legittimava e consolava.
Faticammo un po' a imparare dalla rivoluzione tecnologica la lezione più importante, bella e implacabile, quella che l'educatore dovrebbe sapere dai tempi di Platone: che non sei autorevole per le informazioni che detieni e che offri, ma per quelle che permetti al discente di scoprire e organizzare nella propria esperienza esistenziale.
Questo spiega l'enorme successo di due termini tutto sommato tautologici (a veder
bene dicono poco più della nostra età) e anche un po' fuorvianti, perché implicano un
forte determinismo tecnologico.
Intanto in questo ventennio, mentre alcuni di quei digital natives diventavano maestri e professori, il digitale è definitivamente scappato dalle scatolone grigie. Oggi in
tasca abbiamo un computer migliaia di volte più potente e veloce di quell'enorme
“coso” di nastri magnetici, cavi colorati, circuiti saldati a mano e monitor catodici
in bianco e nero che portò l'uomo sulla Luna. Basta passarci il dito sopra e potete
leggere miliardi di dati, tra i quali l'ipotesi che l'uomo sulla Luna non ci sia andato
affatto. Tra le due cose c'è una relazione: c'entra con l'inflazione delle informazioni,
con lo stato di connessione perenne, con il fatto che ognuno è diventato emittente
e, naturalmente, con la portabilità tascabile delle “diavolerie” sempre più protesiche,
sempre meglio connesse al nostro sistema nervoso.
Ma i nativi digitali esistono? E noi adulti, come mettiamo in gioco il nostro ruolo di
educatori in questo nuovo contesto?
Ecco 8 (+1) spunti
Anche chi è nato nell’era di Internet ha bisogno di imparare a usare il digitale, perché nessuno “nasce imparato”. Alcune cose le scopre più in fretta, altre meno; ma le impara come tutto il resto: guardando, chiedendo, provando e ragionando (in breve, i nativi digitali non esistono).
Il digitale rende possibili cose prima impossibili, ma sempre a partire da noi e da ciò che sappiamo fare con i sensi, il cervello, il cuore e l’immaginazione. Allenare mani, mente e cuore è educare, da sempre; anche chi non è o non si sente “nato digitale” può offrire molto, se accetta di mettersi in gioco e di imparare (anche dai più giovani).
Il digitale rende possibili cose prima impossibili, ma sempre a partire da noi e da ciò che sappiamo fare con i sensi, il cervello, il cuore e l’immaginazione. Allenare mani, mente e cuore è educare, da sempre; anche chi non è o non si sente “nato digitale” può offrire molto, se accetta di mettersi in gioco e di imparare (anche dai più giovani).
Non lo so usare inteso come “io non lo saprò mai usare” è la classica previsione che si autoavvera: una trappola mentale. Si può iniziare a usare tutto, soprattutto gli strumenti digitali più diffusi che oggi sono progettati per essere friendly: usati e non “imparati”. E poi, proprio grazie a internet, è facile trovare guide e aiuti o chiedere a chi
è più esperto (anche se è più giovane).
è più esperto (anche se è più giovane).
Educare al digitale significa prenderlo sul serio, quindi usarlo al massimo delle sue potenzialità (che aumentano di continuo), e non limitarsi a un uso passivo.
I dispositivi digitali commerciali sono pensati per farci fare meno fatica, ma ciò che rende interessante il digitale è usarlo per fare un lavoro che dia soddisfazione e che richieda impegno e, quindi, fatica. In gioco c'è la promessa del digitale: renderci più comunicativi, più informati, più creativi. Per educare al digitale serve una sfida affascinante, che sembra impossibile e che mette in gioco tutto.
Internet è una rete di informazioni e di comunicazione: lavorare con il digitale significa soprattutto comunicare. Per imparare a comunicare serve un interlocutore vero. Una situazione autentica in un progetto di educazione al digitale non può fare a meno di un pubblico, qualcuno che ci ascolti, che abbia la facoltà di giudicarci e con cui metterci in gioco.
In realtà, nessuno sa esattamente come collocare e capire il digitale oggi, né i giovani, né gli adulti: la tecnologia e il mercato vanno in fretta, mentre il nostro sistema nervoso è ancora lo stesso dell'età della pietra. Scopo di ogni progetto è anche la creazione di uno spazio in cui condividere l’esperienza, riflettere, discutere e trovare soluzioni ragionevoli da sperimentare.
Per i docenti
Mettersi in dialogo con il digitale richiede un certo “stretching” rispetto ai contenuti tradizionali delle discipline scolastiche. Il digitale è parte della vita dei nostri studenti e allora l’italiano, la matematica, la geografia, la storia, ... possono aiutare a capire anche quella parte del mondo, senza creare inutili antagonismi. Questo richiede del lavoro di approfondimento e programmazione, ma ne vale la pena.
2018
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Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Common Attribuzione 4.0 Internazionale / CC BY 4.0
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